Mercoledi, 21 ottobre 2020

C'era una volta il metato...




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Tanto tanto tempo fa...
all’interno dei metati, mentre si aspettava l’essiccatura delle castagne, i raccoglitori,  con tutti i membri delle loro famiglie, si riunivano a veglia in attesa che la lunga seccatura dei frutti del bosco si completasse. 
Intere famiglie composte da nonni, babbi, mamme e nipoti si riunivano allegramente ogni sera; qualcuno portava anche l’organetto o la fisarmonica per allietare la serata e ascoltare le storie di guerra, di paura, di fantasia che venivano raccontate attorno al fuoco. Le serate trascorrevano liete, in allegria e spensieratezza...
I più anziani oggi rievocano quasi con nostalgia quei momenti di convivenza serena ormai perduti e qualcuno ancora ricorda le storie di un tempo che fu...

 

...Al vecchio non mancò
mai di raccontare
né al sole, né al focolare...
 
Giuseppe Giusti - Raccolte
 

Il  focolare
Un tempo,
quando non c’erano i termoconvettori, i pannelli solari, il forno a microonde, il suo ruolo nella casa, per la famiglia, era fondamentale, tanto che non di rado il suo nome veniva usato, in senso figurato, come sinonimo, appunto, di “casa”, di “famiglia”: il focolare. Sempre importante perché attorno a lui si raccoglievano le generazioni, da lui veniva per tutti il calore, sulle sue fiamme si cuocevano i cibi, il focolare viveva il suo momento di più fulgida gloria nel periodo delle festività natalizie e di fine d’anno, quando, per le caratteristiche appena descritte, diventava centrale per rallegrare le occasioni d’incontro, preparare le portate delle grandi ricorrenze, rendere più accogliente, con i ciocchi ardenti e la luminosità del fuoco, la convivialità. Intorno al focolare ci si radunava per le veglie, al tepore del focolare si tramandavano storie e racconti reali o fantastici,che i posteri avrebbero  poi chiamato”favole da focolare”.
”Per me che non ho veduto né il colosso di Rodi né le piramidi d’Egitto, la cucina di Fratte ed il suo focolare sono i momenti più solenni che abbiano mai gravato la superficie della terra”: così Ippolito Nievo, nelle sue “Confessioni di un Italiano”, riassume un’opinione un tempo largamente condivisa, che cioè il focolare fosse una presenza, in cucina, ma, per estensione, in casa, con una sua riconosciuta dignità per l’insostituibile compito che svolgeva.
Tant’è che molti autorevoli scrittori hanno assunto il focolare come elemento descrittivo caratterizzante situazioni, ambientazioni, atmosfere, come, per fare un esempio, Umberto Saba quando scrive:
“C’era un po’ in ombra, il focolaio: aveva arnesi, intorno, di rame. Su quello si chinava la madre, col soffietto e uscivano faville”.
 
 

langolo della poesia

 
Le  veglie
 
 
Me lo ricordo bene, ero un bambino
e tutto il vicinato era riunito
in fredde sere attorno ad un camino
che al dialogo porgeva un dolce invito.
 
Mentre fuori un gran vento d’Appennino
soffiava sopra i tetti in gran muggito,
gli adulti si mescevano il buon vino,
ai ragazzi “bruciate” eran d’invito.
 
Sentivo raccontar storie paurose
con un linguaggio ch’era proprio un’arte,
tutte vicende tetre e misteriose
dove il diavolo aveva la sua parte.
Oppure eran vicende di passione...
ora c’è solo... la televisione.
 
Anonimo

 

Il  vecchio dei campi
 

Al sole, al fuoco, sue novelle ha pronte 
il bianco vecchio dalla faccia austera, 
che si ricorda, solo ormai, del ponte, 
quando non c’era. 
Racconta al sole (i buoi fumidi stanno, 
fissando immoti la sua lenta fola) 
come far sacca si dové, quell’anno, 
delle lenzuola. 
Racconta al fuoco (sfrigola bel bello 
un ciocco d’olmo in tanto che ragiona), 
come a far erba uscisse con Rondello 
Buovo d’Antona.

 

Giovanni Pascoli
 

 

Davanti al caminetto
 

Tenui fiammelle,
che carezzate dall’aria
danzate vivaci ed allegre
anelando al cielo.
Lingue infuocate
che fra mille scintille
e suoni scoppiettanti
di rossi bagliori colorate ogni cosa,
creando immagini e dissolvendole.
Quanta calma infondete
e quanti ricordi evocate
di volti amati della famiglia unita
ad ascoltare i cari vecchi,
fino a cedere al sonno
protetti dalla tenera mano paterna.
 
Anonimo

 

 

 
Il fosso dei morti

 

L a signora Matilde Pagliai,
che vive al Melo, frazione di Cutigliano in provincia di Pistoia ci ha riportato tante storie che sentiva raccontare da bambina durante le veglie nel metato di Giovannone dei Taufi e tra tante ne rammenta una in particolare...
“Circa 100 anni fa nel mese di gennaio quattro uomini partirono dal Melo per il paese di Ospitale per andare ad acquistare dei manici per le vanghe, che in primavera sarebbero servite per lavorare i campi. Quando furono sulla strada di ritorno, sotto la Croce Arcana in una località chiamata Acqua Marcia, all’ improvviso furono travolti da una tremenda slavina. I quattro poveri uomini rimasero sepolti. Soltanto a giugno, quando le nevi cominciarono a sciogliere, furono ritrovati i loro corpi. In quel punto fu posta una croce per ricordare i nomi dei quattro malcapitati e ancora oggi è ben visibile.
Il luogo in questione è chiamato Fosso dei morti...”
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Una  storia tramandata dal tempo
L a storia del Fosso dei morti
trova le sue radici nel tempo; in molti documenti antichi si trova rammentato questo luogo. Questo va spiegato anche nel fatto che era un punto di valico importante per collegare i versanti tra Modena e Pistoia. Il passo della Croce Arcana rappresentava,infatti, un valico importante della strada che collegava Modena e Fanano a Cutigliano e Pistoia, via che, accresciuta l’importanza di  Cutigliano, divenne la più praticata. A poca distanza dal passo della Croce Arcana sul versante di Ospitale vi è una valletta denominata il fosso dei morti
Il nome trae origine dal fatto che alcune persone, valicando il passo della Croce Arcana, persa la direzione, precipitarono nel fosso ed i loro corpi furono ritrovati solo in tarda primavera quando le nevi si sciolsero.
Gli attra
versamenti dei grandi valichi di montagna rappresentavano per i viandanti una delle maggiori difficoltà da superare. D’inverno l’abbondante caduta di neve spesso copriva i punti di riferimento del cammino; le fitte nebbie e le forti bufere annullavano la visibilità e l’orientamento al viaggiatore. 
L’origine del toponimo fu confermata dalle seguenti testimonianze: 
“Il 22 novembre del 1643 giungono a cavallo che passano in toscana, niente curando il pessimo tempo, il freddo, le nevi cadute  e che stavano per cadere e per guida chiamano alcuni soldati dé nostri, i quali non stimando il pericolo dell’ Alpe, vinti da quel poco d’interesse, nel ritorno vi lasciarono in cinque la vita”.
Il 25 novembre a
Croce Arcana una bufera di neve uccise altre quattro persone. Furono ritrovate il 26 luglio dell’ anno seguente  da alcuni pastori che conducevano le pecore al pascolo. Una delle  vittime abitava a Fanano, le altre due a Serrazzone.
Lo Spallanzani, che nell’agosto del 1789 compì un viaggio al Lago Scaffaiolo e “osservava con qualche occhio di ammirazione  come la sommità del tronco di alcuni altissimi faggi  porta scolpiti nella corteccia diversi caratteri. Ma seppi dappoi che vi erano stati incisi dai viaggiatori quando in inverno passando del suolo lombardo al toscano la neve arriva a quell’ altezza e per esser gelata alla superficie e indurita permette l’andarvi sopra senza pericolo di profondare” e poco oltre “dopo la regione dé faggi, se più in alto si proseguiva il cammino, s’incontra una fila di secchi e lunghi rami di questi alberi, i quali rami sono stati ivi conficcati per servire di scorta ai viandanti in tempo di altissime nevi. 
Imperocché restando di esse allora tutto coperto facilmente potrebbero smarrire la via che conduce in Toscana e precipitare in un vicino burrone, che chiamano il fosso dei morti, per trovarsi tal volta in quel fondo alcuni uomini dalla neve soffocati, e quando passai colà non era un gran pezzo che a primavera inoltrata sette cadaveri furono in quel precipizio scoperti”.
I pali per segnare la strada del valico, oltre  il limite degli alberi, durante la stagione invernale erano ancora utilizzati dai pastori in questo secolo:” ancora oggi (1936), eppure di inverno i pastori percorrono il sentiero della Croce Arcana per recarsi da un versante all’altro seguendo i pali che indicano la via, quando la neve copre ogni traccia”.

 

By
Gabriele Borsi, Paolo Corrente Fornoni, Lucrezia Gaggini, Filippo Montagna, Fabio Pagliai, Daiana Penniazzi

 
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